Una dolce attesa

Alice in dolce attesa…

Mio piccolo dolce fiore,

ti scrivo in questa lunga notte di attesa: sono le due e da pochi minuti sono cominciate le contrazioni sempre più regolari, una ogni cinque minuti. Io sono, qui, tranquilla, come ha spiegato l’ostetrica, a monitorare il tempo: se non superano le due ore non sono importanti, ma io lo so che queste sono quelle che ti porteranno ad affacciarti alla vita.

È per questo che ho comprato questo quaderno, quando sono rimasta incinta: per scriverti le mie riflessioni più importanti, così quando anche tu deciderai di diventare una mamma, mi avrai vicina, qualunque sarà in quel momento il nostro rapporto, che io sia fisicamente presente o meno. Perché l’ho sempre saputo in cuor mio (istinto di mamma) che saresti stata una femmina e, quando l’ecografa due mesi fa ci ha finalmente svelato il tuo sesso (ti sei mostrata di sedere per tutte le precedenti sette ecografie), non ho che avuto una conferma di quanto già sapevo. Per fortuna che si è visto, così ho potuto comprare tutti quei deliziosi vestitini rosa esposti nella vetrina del negozio davanti al quale passavo per tornare a casa. Era una vera sofferenza vederli sparire uno dietro l’altro, senza poter far niente…Tuo padre, ahm, si è domandato più volte, guardando il tuo corredino, se non mi aspettassi un parto plurigemellare. Esagerato! E’ che sei la prima. E poi lui non capisce le esigenze di un neonato, che vuoi: è un uomo! Per fortuna che non controlla mai l’estratto conto della carta di credito, altrimenti, oltre ad aver fatto tutta quella fatica in giro per negozi, mi sarebbe toccato anche litigare. Ed ho anche scelto il tuo nome: Beatrice.

Oggi c’è la luna piena, così perfetta per partorire. Era una notte di luna piena anche quando ho conosciuto tuo padre. Mi trovavo ad una festa ed ero uscita fuori sulla terrazza per poterla ammirare nel suo splendore, mentre un leggero venticello fresco mi accarezzava i capelli.

Devi sapere che appena arrivata, ancora sulla soglia della porta, avevo notato un tipo fico e muscoloso, uno con un sorriso che di notte sull’autostrada con l’auto in panne avrebbe riflesso le luci delle macchine come catarifrangenti, e due occhi spettacolari, color azzurro Maldive; così, quando l’ho visto uscire sulla terrazza, circondato da oche cinguettanti, ho deciso di rientrare.

Forse, mi sono detta, mi avrebbe notato, mentre incedevo davanti a lui con passo flessuoso, fasciata nel mio vestito di raso celeste, taglia 42. Non l’ha fatto! Lo stavo costatando mestamente, quando, allontanatami da lui abbastanza da dover girare la testa per guardarlo flirtare con tutte quelle ragazze che gli ronzavano intorno, ho inciampato nella soglia di marmo della porta finestra (che male!) e, dopo aver attraversato, un quarto di sala volando, sono atterrata, io e il mio cocktail a base di blu curacao (che avevo scelto perché in tinta con il mio abito), su tuo padre. Lui mi ha fissata senza dire nulla - adesso mi uccide, ho pensato –, ha fatto un sorriso ebete e, grazie al senso di colpa che albergava in me, mi ha estorto la promessa di un’uscita. E’ così che cominciano le cose migliori, sempre in sordina. Dopo un mese ero innamorata cotta: era l’uomo più interessante, più premuroso e attento che avessi mai conosciuto. Certo i suoi occhi più che azzurro Maldive sono marrone Tevere, però non sono queste le cose che contano nella vita e tuo padre è proprio il principe che aspettavo.

Ora sono tre anni che stiamo insieme (per l’esattezza tre anni, dieci giorni e quattro ore).

Otto mesi fa, mentre eravamo a Venezia per un romantico week-end, scesa dal vaporetto, mi sono accorta che la terra continuava ad ondeggiare. “Giorgio, – ho detto a tuo padre – non ti sembra che…” stavo per domandargli se per caso non ci fosse il terremoto, ma non ho fatto in tempo a finire la frase: ho vomitato sul suo cappotto nuovo color cammello, che aveva acquistato una settimana prima, spendendo un piccolo patrimonio (“Per il cappotto - aveva detto – bisogna spendere: mica uno se lo compra tutti i giorni!”), e poi in tutti i canali da cui siamo passati.

“Saranno le sarde in saor?” si è domandato tuo padre. “Sarà che ho un ritardo di una settimana!” ho risposto io. E così abbiamo preso coscienza della tua esistenza.

La cosa più drammatica non era che non eravamo sposati, non avevamo una casa, io avrei dovuto finire l’università e tuo padre aveva appena cominciato a lavorare, guadagnava poco e doveva pure ricomprarsi il cappotto! La cosa più drammatica è che ci trovavamo a Venezia e dovevamo ritornare a Roma…

Ti risparmierò la cronaca del mio viaggio di ritorno: Dio solo sa (veramente anche tuo padre, che ha dovuto ripulire la macchina, e quel benzinaio sulle cui scarpe ho vomitato) quanto sono stata male!

Ma la felicità di saperti annidata nella mia pancia, quella non te la so descrivere.

E la prima ecografia? Te ne stavi lì, a galleggiare nei meandri di me stessa, in parti che non supponevo neanche di avere, inseguendo con le tue manine trasparenti le fantasie di una piccola vita ed io mi emozionavo con una tale intensità che nemmeno sapevo ci si potesse emozionare così tanto. Piccola mia, tutto quello che c’era stato prima di te (il primo giorno di scuola, il primo ragazzo, il primo bacio, la prima volta, il viaggio in America dei 18 anni, tuo padre, tutto insomma), credimi, è niente in confronto a questo.

Così abbiamo acquistato, grazie all’aiuto dei suoi genitori e, accollandoci un mutuo da qui all’eternità, una casa in campagna, appena fuori Roma, dopo aver costatato che, con le nostre misere finanze, in città potevamo comprare un monolocale da ristrutturare, in un palazzo semidiroccato, nel quartiere più malfamato.

In realtà ne sono contenta; ho sempre avuto una visione bucolica della vita: io che preparo torte in cucina, mentre tu fai il pisolino quotidiano e tuo padre che torna a casa dopo una giornata di duro lavoro. E poi ti affacci dalla finestra e senti il profumo dell’erba tagliata (per la verità per un po’ di mesi l’odore d’erba mi faceva vomitare, come tutto del resto), vedi gli alberi in fiore e il cielo di un azzurro così intenso, che lo potresti bere.

Sono solo preoccupata per la distanza dall’ospedale. Io vorrei arrivare al San Camillo, dove si partorisce nel modo più naturale possibile ed ho persino già conosciuto le ostetriche, ma è così lontano! Speriamo di fare in tempo. Mi sarebbe tanto piaciuto poter effettuare il travaglio nella vasca da bagno, ma negli ospedali di Roma non si fa e…AAARGHHHH! Che mi sta succedendo? AAARGHHH! Oddio! Mi sa che devo andare…

Baci

La tua mamma, Alice
(Mamma…oddio che effetto!)

P. S.: fra poco niente sarà mai più come prima.

8 Responses to “Una dolce attesa”

  1. Perrottella says:

    Ciao Amanda,
    ho letto il tuo primo post e come mamma sono rimasta impressionata dalla tua capacità di descrivere gli umori che stanno dietro (e dentro) questo magico momento della vita. Ma, sorpresa! non ti sei limitata a questo: te sveli anche quegli aspetti così poco magici della maternità: delusioni, ansie paralizzanti, imprevisti. Che dire?
    Fin qui mi sono morta dalle risate. Volevo dirti che da adesso in poi mi troverai attaccata al computer in attesa del tuo secondo post.
    Io, ovviamente, tifo per Alice ;)

  2. Croccante says:

    Un blog tutto per le mamme?
    Era ora!

    W Alice

  3. amanda says:

    Grazie, Perrottina e Croccante.
    Penso che ridere insieme sulle difficoltà connesse alla maternità, possa aiutare a tenere alto l’umore e a gestire le fortissime emozioni che il nuovo stato porta con sé.

  4. dandan says:

    Finalmente una mamma che non sembra uscita dalla casetta del Mulino Bianco….e che mi fa sentire meno strana e diversa, meno sola in questa esperienza così “meravigliosa”….

  5. emifra says:

    Anche io, mamma di tre bambini, a volte sull’orlo di una crisi di nervi, mi diverto molto leggendo le avventure/disavventure di Alice affrontate con intelligenza ed ironia e non posso non condividerne lo spirito…..sicuramente questo blog sarà di aiuto a tante mamme….

  6. emifra says:

    Anche io, mamma di tre bambini, a volte sull’orlo di una crisi di nervi, mi diverto molto leggendo le avventure/disavventure di Alice affrontate con intelligenza ed ironia e non posso non condividerne lo spirito…..sicuramente questo blog sarà di aiuto a tante mamme…

  7. amanda says:

    3? Complimenti! Non oso pensare cosa succede quando girano le malattie infettive. Se fanno come i miei, che si ammalano a staffetta, sono 45 giorni di carcere, senza i benefici di legge. A parte gli scherzi, essere mamme è anche questione di esercizio e con 3 figli è un buon allenamento.
    Per quanto riguarda il Mulino Bianco, quel primo mulino, per l’appunto, che ci è stato mostrato, nel quale la mattina si fa colazione tutti insieme a tavola, è nel cuore e nei sogni di tutti. La realtà è tutta un’altra cosa…

  8. Mai più senza rossetto - Alice e le 3 P: Poppate, Pannolini e Pisolini » Blog Archive » Grazie a tutti coloro che hanno seguito il blog says:

    […] più senza rossetto è un romanzo clicca qui per cominciare a […]

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